L’acqua costituiva un bene prezioso e molto scarsamente disponibile. La dotazione individuale era spesso inferiore al litro giornaliero e di scarsa qualità. Per mancanza di contenitori, l’intendenza italiana impiegava latte, bidoni e autobotti indifferentemente per il trasporto dei carburanti e dell’acqua, con l’inevitabile inquinamento di quest’ultima. Per essere bevibile, inoltre, l’acqua estratta dai pozzi doveva essere dissalata, e il suo sapore era quasi sempre sgradevole. Come testimoniato in molti diari di guerra, la scarsità d’acqua fu sempre un grave problema per le nostre truppe in Africa Settentrionale. Particolarmente significativo a questo riguardo, è quanto riportato dal reduce D. Campini nel suo famoso Nei giardini del diavolo:

«Il solo correttivo, un’ironica variante a quella distesa itterica, a quella vita arroventata, era dato dal sapore della nafta commisto anche al rancio che giungeva di sera senza mai nulla di fresco, accompagnato dall’acqua salmastra di El Daba, così scarsa che le scorte erano state denaturate con gasolio perché fossero meno potabili, perché i carristi non le consumassero se non in casi di estrema necessità.»

Era consuetudine integrare le magre scorte recuperando goccia a goccia la rugiada notturna che si depositava sui teli tenda, così da formare un impluvio. Un altro modo per integrare l’assunzione di liquidi, sempre gradito quando possibile, era l’utilizzo di lattine di birra e di succhi di frutta sciroppata ogni qualvolta venivano sottratti agli inglesi come bottino di guerra.

Lavarsi era pressoché impossibile, per cui ci si riduceva a sfregare semplicemente gli indumenti con la sabbia. L’artigliere paracadutista C. Pinna nel suo In battaglia nel deserto ricorda:

«Ho fatto…la doccia! Da qualche giorno la razione d’acqua è di un litro! Come d’abitudine bevo poco, inumidisco solo la bocca. L’acqua sempre calda e salata provoca la nausea. Per consumare di meno, cerco di parlare poco, di fumare poco, di non sudare. Con questo sistema, non privo di sacrifici, ho accumulato una riserva di 2 litri d’acqua. E con essa mi sono fatto una magnifica doccia mono-schizzo.»

Per placare il tormento della sete, a volte gli uomini arrivavano a bere l’acqua dei radiatori degli automezzi, con ciò provocando danni a sé stessi e rendendo inservibili gli automezzi per mancanza del liquido di raffreddamento. Fortunatamente, non tutta l’acqua era prelevata dai pozzi locali, molta infatti arrivava direttamente dall’Italia, confezionata in bottiglie di vetro.

Anche il vino era spesso disponibile, con rifornimenti saltuari per la truppa, più frequenti per gli Ufficiali dei Comandi. Tra i reperti capita di trovare frammenti di fiaschi e di damigiane, abbastanza frequenti in corrispondenza dei siti dei comandi di retrovia.

(Estratto da A. Bondesan e T. Vendrame (2015) – El Alamein. Rivisitazione del campo di battaglia tra mito e attualità, Cierre Edizioni, 516 p.)

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