Nell’autunno del 1942, alla vigilia della Terza Battaglia di El Alamein, tutto cospirava contro gli italo-tedeschi facendo loro presagire l’imminenza della sconfitta. La consapevolezza di non disporre di rimedi alternativi, indussero Rommel a potenziare l’esistente linea di resistenza con speciali opere difensive artificiali: a differenza degli usuali sbarramenti minati, queste avrebbero incluso grandi sacche minate configurate a “U”: nasceva così il progetto “Teufelgarten” o “Giardini del diavolo”.

In ottemperanza alle direttive di Rommel, quindi, dal mese di settembre 1942 l’ ACIT procedette senza soste alla creazione di una fascia di campi minati della larghezza di diversi chilometri che, seguendo l’andamento sinusoidale del fronte, andava dal mare alla depressione di Qattara, in gran parte su due linee continue e parallele collegate da bretelle minate.

Nel settore nord del fronte, quello più critico, il XXI Corpo controllava il saliente britannico di Tell el Eisa con la Divisione Trento e la 164a Divisione f. tedesca; dal mare, a battaglioni alternati, erano quindi in linea il 7° Bersaglieri, il 125° Reggimento granatieri tedesco, il 62° Reggimento f., il 382° Reggimento granatieri tedesco, il 61° Reggimento f., il 433° Reggimento granatieri tedesco.

In questo settore si allestirono quattro delle previste sacche minate, o “giardini del diavolo”; tali sacche, che dovevano essere aperte dal lato che volgeva verso il nemico, in modo che gli attaccanti potessero liberamente penetrarvi, dovevano avere una base di tre-cinque chilometri, i due lati di quattro-sei chilometri ed il loro dimensionamento doveva essere fatto in multipli di una cella quadrata di riferimento di 24 metri per lato.

Le singole celle erano disposte sul terreno in continuità, ma secondo uno schema irregolare; i risultanti campi minati erano poi accuratamente censiti nelle apposite mappe e segnalati con indicazioni note solo ai relativi gestori.

La composizione di ciascuna cella prevedeva una mina anticarro o antiuomo per ogni metro quadrato di superficie e, per le celle destinate al limite di accesso ai campi minati, una bomba di aereo o di artiglieria ogni 10 metri (solitamente si trattava di bombe di preda bellica inglesi collegate a 3-5 mine anticarro o a cariche esplosive aggiuntive, anche queste quasi sempre ricavate da munizionamento inglese).

Le trappole esplosive potevano essere azionate a strappo, per pressione o a distanza con innesco elettrico.

Per evitare scavi nei terreni rocciosi, quando necessario gli ordigni potevano essere nascosti tra i cespugli a lato delle piste, all’interno di carcasse di automezzi o in contenitori di acqua o benzina abbandonati.

I lati chiusi di ciascuna sacca venivano cintati da alti reticolati, così da costituire un barriera invalicabile per chi vi fosse penetrato. Lungo gli stessi lati, a dieci metri dal filo spinato, veniva collocata una teoria di mine piuttosto profonda a cui erano sovrapposti due o tre strati di semplici mine piatte, l’uno sopra l’altro, in modo che, se i genieri inglesi avessero tentato di aprirsi una strada attraverso il campo minato, rimossi gli ordigni superficiali sarebbero comunque rimasti vittime di quelli degli strati più bassi.

Il primo giardino del diavolo, contrassegnato dalla lettera “H”, venne allestito nel settore del 125° Reggimento granatieri e del 7° Reggimento bersaglieri; il secondo ed il terzo, contrassegnati dalle lettere “J” ed “L”, nel settore del 382° Reggimento granatieri e del 62° Reggimento della Trento; il quarto, contrassegnato dalla lettera “K”, nel settore del 433° Reggimento granatieri e dal 61° Reggimento della Trento.

Nel settore centrale del fronte, nel tratto tra il Ruweisat e Bab el Qattara, furono allestiti i campi “B”, “C”, “D” e “E”(gli italiani avevano informalmente assegnato ai medesimi campi minati nomi di città italiane). I reggimenti presidianti ciascuna sacca erano, nell’ordine: “B”: 433° granatieri, 61° Trento, 40° Bologna; “C”: paracadutisti tedeschi Ramcke, 39° Bologna, 20° Brescia; “D”: 9° bersaglieri, 19° Brescia, paracadutisti tedeschi Ramcke; “E”: 12° bersaglieri, XIII Battaglione carri dell’Ariete.

A sud di quest’ultimo, e fino all’altopiano di El Taqa, il sistema minato si alleggeriva, limitandosi ad una sola fascia con qualche semplice abbozzo di sacca.

I settori frontali dei campi minati erano rinforzati da fasce di mine più rade, con una mina ogni due metri di superficie. Tali fasce creavano un campo di tiro ampio da 500 a 800 metri a vantaggio dei difensori che, per ostacolare il lavoro di sminamento dei genieri inglesi, presidiavano i giardini del diavolo con avamposti collocati all’interno degli stessi.

Secondo statistiche dell’epoca, la percentuale di automezzi o mezzi corazzati che all’atto dell’attraversamento di un campo minato sarebbe incappata su una mina era proporzionale alla densità di posa, come sotto indicato:

  • 2 mine Teller ogni metro di campo minato: 60% dei veicoli nemici danneggiati o distrutti;
  • 1 mina Teller ogni metrodi campo minato: 30% dei veicoli nemici danneggiati o distrutti;
  • 1 mina Teller ogni 2 metridi campo minato: 15%dei veicoli nemici danneggiati o distrutti.

Con l’assestamento del fronte dopo la battaglia di Alam Halfa, molte delle mine posate in origine dagli inglesi a sud di Bab el Qattara divennero parte del dispositivo difensivo dell’Asse, dando così luogo ad un saliente minato che da Bab el Qattara si sviluppava verso est fino a Munassib, e da qui, con andamento nord-sud, arrivava ad El Himeimat con le due note fasce denominate “February” e “January”, in corrispondenza delle quali, nel corso della Battaglia Grande, si sarebbe imperniata l’eroica resistenza dei ragazzi della Folgore.

In questo settore operò il XXXI Battaglione di Paolo Caccia Dominioni come riportato nella scheda: Breve storia dei reparti guastatori.

Campi minati erano stati stesi anche lungo il margine settentrionale della depressione di Qattara, da Qaret el Himeimat a Naqb Abu Dweiss-Erqayib Abu Gabara, ma non in sistema e più che altro a protezione della poche strutture statiche costituite sul fianco meridionale dell’ACIT.

Infine, a tergo del settore “B” si dipanavano due fasce minate secondarie: la prima, a forma di “S” coricata, con andamento equatoriale, aveva funzione di copertura del fianco destro del settore settentrionale; la seconda, con andamento meridiano, dietro la Pista dell’Ariete, avrebbe dovuto contenere eventuali attacchi diretti al centro dello scacchiere.

Per come si svolse la Battaglia Grande, però, ambedue servirono solo ad ostacolare le stesse truppe dell’Asse ritardando, ad esempio, la risalita dei carri dell’Ariete quando ciò fu necessario per dare man forte al settore nord.

Sulla linea di resistenza britannica i primi estesi campi minati furono posati a cominciare dal 1941, praticamente in concomitanza con i lavori di approntamento della già citata linea dei box. Alla vigilia della Battaglia Grande, pertanto, i due schieramenti si ritrovarono affacciati su un imponente, lunghissimo letto di mine con interposto lembo di terra di nessuno, che conferiva al campo di battaglia il triste primato di area più densamente minata del secondo conflitto mondiale.

Per creare corridoi idonei all’attraversamento dei giardini del diavolo i britannici modificarono vecchi carri per fanteria Matilda, per l’occasione soprannominati Scorpion, munendoli anteriormente di un cilindro rotante proteso in avanti che agitava energicamente spezzoni di catena a guisa di flagelli; sferzando il terreno antistante, questi facevano esplodere le mine senza danneggiare il carro in movimento.

Gli Scorpion erano seguiti dagli Snail (lumache), camion cisterna che rilasciavano una scia di gasolio sul terreno bonificato (il gasolio formava una traccia iridescente simile alla bava di lumaca, da cui l’appellativo) segnalando il sentiero sminato alla fanteria che seguiva.

All’atto pratico, però, si riscontrò che il polverone sollevato dall’azione dei flagelli provocava malfunzionamento dei motori e disorientamento dei conduttori dei mezzi che finivano per fermarsi o col perdere la giusta direzione. Tanto che si rinunciò agli Scorpion (per altro ripetutamente colpiti dai contro-carro dell’Asse durante il loro impiego) per affidarsi allo sminamento manuale previa individuazione degli ordigni a mezzo dei nuovi, rudimentali mine detector basati sulla variazione del campo magnetico provocata dalla presenza di oggetti metallici interrati.

Per ingannare i cercamine si interravano rottami metallici in grado di creare falsi campi magnetici; al contrario, per ridurre la traccia magnetica si arrivò ad impiegare mine in vetro e mine in legno, rispettivamente di costruzione tedesca ed italiana, però molto instabili e delicate e quindi pericolose per gli stessi utilizzatori.

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