Il difficile, inospitale ambiente desertico in cui i reparti si ritrovarono confinati l’uno contro l’altro costrinse i militari a languire e combattere in spartane postazioni scavate nel terreno, tristemente note come “buche”.

Si usava distinguere tra “buche da riposo” e “buche da combattimento”. Le buche da riposo, cosiddette perché arretrate e più profonde rispetto a quelle da combattimento, erano interrate per circa un metro o un metro e mezzo sotto il livello del suolo e si allargavano e allungavano quanto bastava a un uomo per potersi coricare. La copertura era realizzata stendendo un telo tenda sui bordi in superficie e sul fondo veniva posto un secondo telo per proteggere dall’umidità del sottosuolo; gli effetti personali meno ingombranti erano sistemati in appositi incavi praticati nelle pareti.

Così viene descritta la vita nella buca dal veterano C. Scatamburlo, autore di Il loro nome era Folgore!

«…ognuno si è scavato la propria buca nella sabbia, o a ridosso di un cespuglio inaridito, o contro il fianco di un promontorio pelato come un teschio. Per scavarsela ad arte, la buca, in pochi giorni ognuno è diventato un ingegnere, un piccolo architetto con l’esperienza del veterano d’Africa, adottando piccoli accorgimenti per meglio usufruire dello “spazio” e delle “comodità” interne, per godere di qualche spiraglio d’aria. A qualcuno è anche venuta l’idea di scavarsela a forma di “L”, col lato più corto adibito ad ingresso e quello più lungo a camera da letto! E stendendovi sopra il telo tenda ben tirato, poggiato su una fila di sacchetti sui bordi esterni e sistemato in modo da consentire che piccole fessure diano aria e un po’ di luce. Ma si ha un bel renderla comoda, questa famigerata buca, magari con un materasso di sabbia sul fondo, o con una brandina di fortuna fatta con pezzi di legno trovati qua e là; tanto rimane sempre una tana, anche se si è avuto cura di scavare nicchie e nicchiette nelle pareti friabili per avere a portata di mano borraccia, sigarette, pistola e scacciamosche.

Rimane sempre una fossa rovente, con tutte le caratteristiche di una sauna in miniatura.

E anche ad appendervi il ritratto della mamma, della sposa, della fidanzata, o di qualche attrice di turno, o il santino ricordo e protettore ricevuto da casa con l’ultima lettera di settimane fa, non serve a nulla, se non a renderla più triste, più vuota e amara. Ti senti un essere inutile e sprecato, una talpa dimenticata, solo, assetato ed affamato, madido di sudore, intontito e boccheggiante ma sempre teso ad affrontare il prossimo assalto che potrebbe esserti fatale, tormentato dalle mosche che ti punzecchiano a grumi, agli angoli della bocca e nell’incavo degli occhi febbricitanti.»

(Estratto da A. Bondesan e T. Vendrame (2015) – El Alamein. Rivisitazione del campo di battaglia tra mito e attualità, Cierre Edizioni, 516 p.)

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